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Non è chiaro a che punto siano le Case di Comunità in Italia

Il governo ha dichiarato raggiunti gli obiettivi europei, ma mancano dati aggiornati sui servizi effettivamente offerti ai cittadini
ANSA
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Il 7 ottobre il ministro della Salute Orazio Schillaci ha ribadito che il governo ha raggiunto l’obiettivo europeo previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) per l’attivazione delle Case di Comunità (CDC). «Ne sono state aperte più di 1.200 su tutto il territorio nazionale. Abbiamo raggiunto i target che erano previsti dal PNRR e stanno entrando in pieno funzionamento», ha detto (min. -55:23) il ministro durante il programma Uno Mattina su RAI 1.

Il traguardo europeo prevedeva l’attivazione dei servizi obbligatori in almeno 1.038 Case di Comunità entro giugno, nell’ambito di un investimento finanziato dal PNRR con due miliardi di euro. Ma, secondo Schillaci, il governo sarebbe andato anche oltre: «Non ci siamo fermati al minimo: nella programmazione ne abbiamo previste oltre 1.400». 

Per capire quali servizi siano oggi effettivamente disponibili nelle strutture, però, mancano dati pubblici aggiornati. Il tema non è nuovo: in Italia si parla da più di vent’anni di strutture simili, come le cosiddette “Case della Salute”. L’obiettivo è rafforzare la medicina territoriale, cioè avvicinare i servizi sanitari ai cittadini, permettendo loro di ricevere assistenza senza doversi necessariamente rivolgere agli ospedali. In questo modo si punta anche a ridurre gli accessi ai pronto soccorso per i problemi di salute meno gravi, alleggerendone il carico di lavoro.

Ma che cosa sappiamo dell’effettivo funzionamento delle Case di Comunità?

Cosa sono le Case di Comunità

Un decreto ministeriale del maggio 2022 ha definito il modello organizzativo delle Case di Comunità, stabilendo gli standard per il loro funzionamento e i servizi che devono garantire.

Le Case di Comunità sono definite (allegato 1) «il luogo fisico e di facile individuazione al quale i cittadini possono accedere per bisogni di assistenza sanitaria, socio-sanitaria a valenza sanitaria», dove lavorano insieme medici, infermieri, pediatri, assistenti sociali e altro personale socio-sanitario.

Le strutture sono suddivise in base alla loro organizzazione e ai servizi offerti. Le più grandi, chiamate hub, rappresentano i centri principali della rete territoriale e, secondo il decreto, devono essere una ogni 40-50 mila abitanti. Qui i cittadini devono poter contare su una presenza medica 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Per queste strutture, in particolare, il decreto ha previsto la presenza dai 7 e agli 11 infermieri per 12 ore al giorno, tutti i giorni della settimana. Le strutture hub devono inoltre offrire un punto prelievi, servizi diagnostici di base e un sistema di prenotazione collegato al Centro unico di prenotazione (CUP). Per il monitoraggio delle patologie croniche devono essere disponibili strumenti come ecografi, elettrocardiografi e retinografi. Tra i servizi facoltativi rientrano invece le vaccinazioni. L’obiettivo è garantire un’assistenza più vicina ai cittadini, soprattutto alle persone anziane e a quelle con patologie croniche, attraverso servizi specialistici. 

Discorso diverso per le case di comunità spoke, cioè quelle più piccole, collegate alle hub di riferimento e pensate per garantire una presenza più capillare dei servizi sul territorio. Anche qui, assistenza medica di base e infermieristica dovranno essere garantite, ma solo dal lunedì al sabato per almeno 12 ore giornaliere. Le strutture più piccole devono inoltre assicurare diversi servizi specialistici, ma in formato ridotto rispetto a quelle più grandi.

L’accordo con i medici

Un passaggio importante per il funzionamento delle Case di comunità è stato l’accordo raggiunto nel giugno 2026 con i medici di famiglia. La trattativa non era scontata, soprattutto a causa del loro inquadramento professionale: i medici di medicina generale, infatti, non sono dipendenti del Servizio sanitario nazionale (SSN), ma liberi professionisti che lavorano in convenzione con il sistema pubblico.

L’accordo è stato sottoscritto a giugno fra i sindacati dei medici di famiglia e la Struttura interregionale sanitari convenzionati (SISAC), cioè la struttura che negozia gli accordi collettivi in rappresentanza delle regioni. L’intesa prevede che i medici di famiglia svolgano fino a sei ore settimanali nelle Case di Comunità, per 48 settimane all’anno, con un compenso uguale in tutta Italia di poco meno di 39 euro all’ora.

L’accordo ha così permesso di coinvolgere i medici di famiglia nelle Case di Comunità senza modificarne lo status lavorativo. In precedenza, Schillaci aveva proposto una riforma che prevedeva il passaggio al Servizio sanitario nazionale per una parte dei medici. Il progetto, sostenuto dal ministro e dalle regioni, aveva però incontrato l’opposizione dei sindacati e di parte della maggioranza: Forza Italia e Lega erano contrarie, mentre in Fratelli d’Italia erano emerse resistenze, soprattutto da parte del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. Il 10 giugno il governo Meloni ha quindi accantonato la riforma, scegliendo successivamente la strada dell’accordo con i sindacati.

L’intesa è arrivata a pochi giorni dalla scadenza del PNRR, fissata per fine giugno. Resta però da verificare come l’accordo si sia tradotto nell’effettiva garanzia dei servizi nelle diverse strutture.

Il traguardo del PNRR

Ma quante Case di Comunità sono effettivamente funzionanti? Per rispondere a questa domanda bisogna distinguere il raggiungimento degli obiettivi del traguardo europeo, rivendicato dal governo, dall’effettiva erogazione dei servizi sanitari.

L’obiettivo iniziale del PNRR prevedeva l’attivazione di 1.350 Case di Comunità entro giugno 2026, un numero poi ridotto ad almeno 1.038 con una revisione del Piano approvata nel dicembre 2023. Per raggiungere il traguardo non basta però che gli edifici siano stati costruiti e aperti. Come abbiamo detto, il Ministero della Salute richiede l’attivazione dei servizi obbligatori, verificata attraverso relazioni di periti indipendenti.

Non è chiaro però come funzionino concretamente le strutture e quali prestazioni siano accessibili ai cittadini. In un’inchiesta pubblicata il 30 settembre su L’Unica, il nostro progetto di informazione locale, abbiamo raccontato per esempio le difficoltà incontrate a Torino, dove le Case di Comunità hanno avviato le attività entro giugno, ma molti cittadini non sanno ancora quali servizi possano ricevere e come accedervi.

Per avere un quadro nazionale più preciso servirebbero dati aggiornati. L’ultimo rapporto dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS), pubblicato nell’aprile 2026, fotografa infatti la situazione al 31 dicembre 2025, sei mesi prima della scadenza europea.

Gli ultimi dati disponibili

Alla fine dell’anno scorso, secondo l’ultimo rapporto AGENAS, in Italia erano programmate 1.715 Case della Comunità, comprese quelle finanziate al di fuori del PNRR. Di queste, soltanto 781 avevano almeno un servizio attivo, mentre appena 66 garantivano tutti i servizi obbligatori, compresa la presenza medica e infermieristica secondo gli standard previsti dal decreto del 2022. 

Le differenze tra le regioni erano marcate, soprattutto tra Nord e Sud. In Campania nessuna delle 168 strutture programmate rispettava tutti gli standard: soltanto 39 avevano almeno un servizio attivo e tre garantivano la presenza medica richiesta. In Sicilia, su 154 strutture, appena 12 avevano attivato almeno un servizio e soltanto due rispettavano tutti gli standard. Nessuna struttura risultava pienamente operativa nemmeno in Puglia, Calabria e Basilicata.

Al Nord la situazione era migliore, ma non mancavano i ritardi. Lombardia ed Emilia-Romagna erano le regioni con più strutture pienamente operative, rispettivamente 22 su 207 e 15 su 187. In Friuli-Venezia Giulia, invece, 30 delle 32 Case della Comunità programmate avevano almeno un servizio attivo, ma nessuna rispettava tutti gli standard previsti.

Questi numeri documentano i ritardi accumulati fino alla fine del 2025, ma non permettono di stabilire quante Case di Comunità siano oggi pienamente operative. Le differenze tra le regioni restano però significative, come ha riconosciuto una settimana fa il direttore generale di AGENAS Angelo Tanese. Secondo Tanese, i prossimi monitoraggi dovranno valutare non soltanto gli interventi realizzati, ma anche come vengono organizzati i servizi sanitari.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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