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Come l’Unione europea vuole proteggere i minori online

La Commissione ha proposto nuove soglie di età, obblighi di sicurezza per le piattaforme e maggiori responsabilità per le aziende tecnologiche
ANSA
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Da anni in Italia e in Europa si discute di come limitare l’accesso dei minori ai social network e, più in generale, di come rendere più sicuro il loro utilizzo delle piattaforme digitali. Il 17 settembre la Commissione europea ha presentato una proposta legislativa per regolamentare l’accesso dei minori agli spazi digitali. Denominato EU KIDS Act (EU Keeping Internet Digital Spaces Accountable and Trustworthy), il provvedimento mira a creare un quadro normativo uguale in tutta l’Unione europea per tutelare in modo efficace i più giovani dall’utilizzo di piattaforme online. 

Il regolamento, una volta approvato, si applicherà a una vasta gamma di servizi, dai social network alle piattaforme di condivisione video, fino ai videogiochi online, agli store di applicazioni e agli avatar virtuali basati sull’intelligenza artificiale. L’obiettivo di fondo è quello di imporre confini precisi nell’ambiente digitale, stabilendo regole rigorose fin dalla fase di progettazione delle piattaforme, aumentando il grado di responsabilità di quest’ultime e introducendo requisiti stringenti sull’età degli utenti.

La necessità di regole comuni

L’EU KIDS Act nasce da due problematiche distinte ma connesse. In primo luogo la Commissione intende arginare i danni, ormai documentati, che l’uso precoce e intensivo dei social network arreca alla salute mentale e allo sviluppo dei minori. A inquadrare politicamente il problema è stata la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che il 17 settembre, nella conferenza stampa di presentazione del regolamento, ha sottolineato: «Oggi esiste una solida base di prove scientifiche sui danni che i social media causano a un cervello e a una personalità in via di sviluppo. […] Ne conosciamo tutti le conseguenze: deprivazione del sonno, depressione, ansia, autolesionismo, comportamenti di dipendenza e, tragicamente, il suicidio».

Von der Leyen ha poi denunciato apertamente le logiche di mercato dell’industria tecnologica. «Oggi i nostri figli si confrontano con alcune delle tecnologie più sofisticate mai create. E non sono state create pensando al benessere e allo sviluppo dei bambini. Le piattaforme sono progettate per catturare l’attenzione[…] Le piattaforme hanno giocato d’azzardo con la salute mentale dei nostri bambini», ha affermato la presidente della Commissione europea. 

In secondo luogo, l’intervento europeo si è reso necessario per tutelare il corretto funzionamento del mercato unico. Di fronte all’assenza di regole comunitarie, diversi Stati membri, tra cui Francia, Italia, Belgio, Austria e Grecia, avevano iniziato a promuovere normative nazionali profondamente diverse tra loro per limitare l’accesso ai servizi digitali. Questa frammentazione stava generando una forte incertezza giuridica e una disparità ingiustificata nei livelli di tutela dei bambini. Da qui la necessità di costruire un quadro di regole comuni a tutti i Paesi membri, con lo scopo di tutelare i minori.

I limiti di età e la progettazione sicura

Il testo, se approvato, introdurrà il divieto assoluto di accesso ai social media e alle piattaforme di condivisione video per i minori di 13 anni. Per la fascia di età compresa tra i 13 e i 15 anni sarà vietata la creazione di account personali autonomi. Per questi ultimi l’accesso sarà consentito esclusivamente tramite account supervisionati dai genitori o dai tutori legali, con funzionalità limitate e restrizioni di tempo giornaliero che non potrà superare un’ora. Il rispetto di questi limiti sarà garantito da sistemi di accertamento certificati, come l’App di verifica dell’età promossa dall’UE. Questa applicazione utilizzerà il principio crittografico della “zero-knowledge proof”, utile a comunicare alla piattaforma esclusivamente il possesso del requisito anagrafico dell’utente senza trasmettere altri dati, garantendone così la privacy. 

La proposta non si limita ai soli limiti di età, ma introduce regole stringenti valide per tutti i minori fino al compimento della maggiore età. Le piattaforme avranno il preciso obbligo di applicare il principio della “safety by design” (tradotto: la sicurezza fin dalla progettazione), eliminando interfacce tossiche e funzionalità strutturate per creare dipendenza, come lo scrolling infinito o la riproduzione automatica (autoplay). 

Gli account dei minori dovranno essere configurati automaticamente con le più stringenti impostazioni di privacy, disattivando di default la geolocalizzazione e la visibilità pubblica dei profili per scongiurare contatti non richiesti con estranei. Saranno vietati gli algoritmi di raccomandazione che sfruttano le vulnerabilità psicologiche dei bambini e saranno introdotte rigide tutele  per la sicurezza delle transazioni economiche integrate nei servizi. Regole specifiche e inedite riguarderanno anche l’intelligenza artificiale: i chatbot e gli avatar virtuali dovranno essere progettati in modo da non simulare relazioni interpersonali capaci di sviluppare pericolose dipendenze emotive nei minori.

Più responsabilità per le aziende

L’intera impalcatura normativa si regge su quella che von der Leyen ha definito una inversione dell’«onere della prova»: «Ora devono dimostrarci di essere sicuri […] Pertanto, anziché lasciare che le autorità dimostrino il danno a posteriori, le piattaforme più grandi dovranno presentare in anticipo piani dettagliati per la sicurezza dei minori. E questo significa, ancora una volta, che la sicurezza viene prima di tutto».

Con la nuova norma la responsabilità viene data direttamente alle aziende tecnologiche, che devono dimostrare in anticipo che i propri prodotti sono sicuri per bambini e adolescenti. Prima di erogare i servizi le grandi piattaforme saranno tenute a presentare alla Commissione europea dei piani di conformità, che non possono essere semplici autocertificazioni: la legge infatti impone che siano verificati da revisori indipendenti con competenze specifiche in settori come la pediatria, la psichiatria infantile, la psicologia dello sviluppo e la sicurezza dei dati.

Il principio della progettazione sicura diventa quindi vincolante, obbligando le piattaforme a disattivare in partenza i meccanismi che creano dipendenza anziché scaricare sulle famiglie l’onere di proteggersi. Così, saranno le aziende a dover prevedere modelli che tutelino gli utenti minorenni e non più il contrario.

Il quadro italiano

In Italia, dove diversi progetti di legge sul tema sono da mesi fermi in Parlamento, la politica ha reagito in modo favorevole alla presentazione dell’EU KIDS Act. Il parlamentare europeo del Partito Democratico Brando Benifei ha definito la proposta un «passo avanti positivo», apprezzando in particolare il principio per cui la responsabilità della tutela dei minori debba gravare sulle piattaforme digitali e non sulle famiglie. Da Fratelli d’Italia, la senatrice Lavinia Mennuni ha espresso soddisfazione per l’iniziativa europea, ricordando di aver depositato in Parlamento una propria proposta di legge condivisa da maggioranza e opposizione – sottoscritta anche da esponenti del PD – proprio per porre vincoli all’accesso dei più giovani ai social. 

A livello nazionale, tuttavia, il percorso normativo si trova in uno stato di sostanziale blocco. Negli ultimi anni si sono moltiplicati i disegni di legge presentati da diversi schieramenti, ma nessuno è giunto all’approvazione finale. Anche la proposta Mennuni, adottata come testo base al Senato, e un testo analogo presentato alla Camera dalla deputata Marianna Madia – all’epoca nel PD, oggi in Italia Viva – non hanno ancora concluso il loro iter parlamentare. Quella di Mennuni è ferma in esame in commissione al Senato da giugno di quest’anno, mentre quella di Madia da giugno 2024. Ad alimentare lo stallo parlamentare contribuisce la frammentazione tra le proposte, che divergono tra loro sia sulle soglie anagrafiche ipotizzate sia sui meccanismi tecnici per l’accertamento dell’età.

E anche dal confronto con l’EU KIDS Act emerge una chiara differenza di impostazione. Mentre il dibattito parlamentare italiano si è concentrato sulla definizione dei divieti d’accesso e sulle modalità di verifica anagrafica degli utenti, il regolamento dell’Unione europea adotta una prospettiva centrata sulla prevenzione e sulla responsabilità delle aziende tecnologiche.

Se sarà approvato l’EU KIDS Act, per il Parlamento italiano basterà recepire il nuovo quadro normativo europeo. Il testo sarà infatti vincolante in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in tutti gli Stati membri.

L’iter legislativo

Dopo la presentazione formale da parte della Commissione, il testo seguirà ora la procedura legislativa ordinaria, che richiede l’esame, la negoziazione e l’adozione congiunta da parte del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea. Per quanto riguarda l’applicazione futura, l’EU KIDS Act si innesterà e sfrutterà le architetture di supervisione e controllo già introdotte dal Digital Services Act (DSA) e dall’Artificial Intelligence Act (AI Act). 

Il regolamento si applicherà dopo sei mesi dall’entrata in vigore. Da quel momento scatteranno i nuovi obblighi per le piattaforme: applicare i limiti d’accesso, individuare e disattivare gli account esistenti dei minori di 15 anni e implementare i sistemi di verifica dell’età. Entro 12 mesi le piattaforme dovranno rendere pienamente operativi gli account supervisionati dai genitori, adeguare le funzionalità di intelligenza artificiale e aderire ai codici di condotta europei.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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